Da Dostoevskij agli scacchi, Ivan Javorcic si racconta: “La mia Pro Patria un caos organizzato”

Il suo nome, di origine Russa, vuol dire “dono di dio”. Nella nazione delle matrioske, è stato comunemente utilizzato da ben sei Zar. Su tutti Ivan III, detto “il grande” e Ivan IV, detto “il terribile”. Lui è semplicemente Ivan Javorcic: Zar della sua Pro Patria, protagonista indiscussa del Girone A di Serie C con il suo ottavo posto momentaneo che gli garantisce il pass per i playoff. Un carattere forte, deciso. Difficile da decifrare. Ivan sorride e ci confessa: “Io sono una persona buona. Sono solo molto riservato, in realtà non faccio paura a nessuno”. Inizia così il suo racconto per gianlucadimarzio.com. Nato e cresciuto con la cultura russa dei classici ama leggere per rilassarsi e ci confessa: “Dostoevskij è sicuramente il mio autore preferito”. Libro che ha lasciato il segno? “L’idiota”, autore sempre lo scrittore russo. Un libro letto da chi è abitualmente un - divoratore letterario - : “Mi fa riflettere e mi aiuta in tante cose. Siamo tutti uguali nella vita come nel mondo del calcio. Noi siamo solo dei privilegiati”. Altre passioni? “Gli scacchi. Sono un allenamento per il mio lavoro. Mi aiutano nella strategia, nel pensare prima degli altri e lavorare sugli avversari”. Pieno di nozioni, pieno di cultura. E’ un piacere ascoltarlo. Lasciò la Croazia, direzione Italia a 16 anni: “Il calcio è sempre stata la mia ragione di vita”. Un predestinato, nato con un “dono di dio”, proprio come il significato del suo nome. Cosa mi dissero i miei genitori prima di venire in Italia? “Guarda tutti negli occhi perché sono lo specchia dell’anima e non aver paura”.

IO, IL BRESCIA E GLI INFORTUNI

Fu Edy Reja ad innamorarsi di quel ragazzo croato capitano della sua nazionale Under 18, durante un’amichevole contro la Slovenia: “A fine partita venne da me, mi disse che non sarei tornato a casa”. Poi aggiunge: “Mi portò a casa da lui, rimasi lì a dormire qualche giorno prima di andare a Brescia”. Un impatto non facile con l’Italia: “Per me era tutto nuovo. Una cultura diversa dalla mia. Sono uno molto selettivo e pignolo, abituarsi non è stato facile”. Ma…: “La passione per il calcio era per me qualcosa di viscerale”. Un percorso quello di Ivan Javorcic, falcidiato dagli infortuni che gli hanno segnato la carriera: “Calcisticamente parlando, riconosco perfettamente il significato della parola sofferenza. Molti dei miei ricordi sono legati alle sale operatorie”. La voce diventa più sibillina, l’occhio forse lucido: “Sono stato il primo calciatore professionista a subire un trapianto di cartilagine del menisco. Sono stato testato oltre ogni limite sopportazione. Tutte queste cose mentalmente mi hanno fortificato tantissimo. Le sofferenze e le sconfitte sono essenziali per raggiungere obiettivi importanti”. Poi ci confessa: “Il ricordo più bello della mia carriera è stato tornare in campo dopo due anni di inattività. Avevo vinto la mia battaglia. Questo momento supera anche quello dell’esordio in Serie A”. Javorcic spinto dalla sua famiglia decide di lasciare il calcio a soli trent’anni: “Credo che dal prato verde avrei meritato di più. Quando ho superato ogni limite di sopportazione del dolore la mia famiglia mi ha convinto a lasciare”.

Due gli allenatori che hanno segnato la sua carriera. Il primo fu Carlo Mazzone: “Ti lasciava tantissimo dentro a livello di risorse umane e gestione dello spogliatoio. Si faceva voler bene e aveva una leadership unica”. Poi Marco Giampaolo: “E’ un genio. Ha una capacità unica di entrare dentro i suoi calciatori. La sua è una metodologia sintetica ed efficace”. Dal campo alla panchina, per Javorcic inizia una nuova vita: “Allenare per me è una vera e propria vocazione. E’ come andare all’università. Un calcio 2.0”. Quando l’ho capito? “La prima volta che ho allenato dei ragazzi in un’accademia a Montichiari. Era il mio habitat naturale”. Prima arriva la Berretti del Brescia con cui vince uno scudetto, poi la Primavera fino alla prima squadra. L’esperienza al Mantova è il preludio a quella favola chiamata Pro Patria.

LA MIA PRO PATRIA UNA SEZIONE DI JAZZ DALL’ANIMO LIBERO

Tutto nasce grazie ad un suo amico: “Mi disse che la Pro Patria cercava un allenatore. Mi raccontò la storia di questa società e mi convinse ad incontrarmi con la dirigenza”. Un amore a prima vista, un colpo di fulmine: “Fu una trattativa molto veloce. Nacque subito un feeling particolare con il Ds Turotti”. Poi aggiunge: “Mi colpì la loro voglia, la loro ambizione. Capii che avrei potuto fare calcio a modo mio”. La Pro Patria parte per vincere il campionato nella stagione 2017-2018: “Volevamo tornare tra i professionisti, ma vincere non è mai una cosa matematica. Il mio obiettivo, invece, era quello di creare un team di lavoro vincente”. Alla fine la promozione arriva e Javorcic ci racconta un singolare retroscena: “Abbiamo superato il Rezzato la terzultima giornata. La nostra partita finì cinque minuti prima della loro che nel frattempo stavano pareggiando. Furono cinque minuti interminabili. Ricordo che uscii dal campo e mi nascosi dietro una macchina nel parcheggio in attesa del boato dello stadio. E’ stato un momento da brividi”. La Pro Patria torna tra i professionisti. Attore principale Ivan Javorcic che svela: “Restare qui è stata una cosa molto naturale. Mi piace pensare che qui mi abbia guidato il destino”. Riabbracciato il professionismo nell’anno del centenario, l’obiettivo è quello di consolidarsi nella categoria ma…: “Sin dal ritiro questa squadra mi ha dato sensazioni positive”. La Pro Patria adesso è ottava nel Girone A di Serie C, con il pass per i playoff garantito. Favola? Sorpresa? Ivan lo Zar non ci sta: “Per me è stata una conferma. Questi risultati sono il frutto di un lavoro quotidiano, di un team vincente”. Poi aggiunge: “Questa squadra sta facendo cose ordinarie nella sua straordinarietà. E’ una gruppo speciale”. Speciale come la “sua” musica del cuore: il Jazz: “Questa Pro Patria è una splendida sezione di Jazz. Una squadra dall’ottima struttura con delle basi solide e dei concetti, ma libera di creare”. Un caos organizzato, così Javorcic definisce la sua creatura, eppure all’inizio non è stato semplice: “Dovevamo capire la categoria. E come dico sempre i successi si costruiscono dalle sconfitte”. La mente ritorna al match casalingo con il Piacenza perso per 4-1: “Lì abbiamo capito questo campionato. Avevamo bisogno di una sconfitta del genere per sviluppare mentalità e consapevolezza”. Poi sottolinea: “Il nostro Ds Sandro Turotti in quel momento è stato determinante. Lo vedremo in altre categorie”. Un percorso completato con il successo di sabato contro la capolista Entella: “Una vittoria che ci rende orgogliosi del viaggio che stiamo facendo. Non dobbiamo aver paura di nessuno”. L’obiettivo ora sono i playoff: “Li affronteremo con spensieratezza. Siamo tutti curiosi di viverli e di affrontarli. Possiamo essere la variabile impazzita degli spareggi”.

Un sogno per il presente? “Far si che questa stagione possa durare il più a lungo possibile, poi chissà magari il destino ci metterà lo zampino”. Per il futuro, invece, l’ambizione è massima: “Allenare ha riempito in me il vuoto degli infortuni. Sogno di arrivare ai massimi livelli, e di riprendermi ciò che gli infortuni mi hanno tolto”. Salutiamo Ivan Javorcic, consapevoli che chiacchierare con lui può insegnare davvero tanto. Un uomo, prima che allenatore, che ha saputo soffrire, incassare e rialzarsi. E, scherzo del destino, come dice Hermann Hesse nella prefazione del suo libro preferito “L’idiota”: “Il vero lettore di Dostoevskij non è colui che legge per passatempo, ma colui che ha sofferto”. Descrizione perfetta di Ivan Javorcic: Zar della Pro Patria.



 

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