Quando lo sport salva dal terrore: "Ecco come abbiamo portato in Italia le ragazze afghane"

La storia lo ha insegnato negli anni e continua a dimostrarlo col tempo: con lo sport si può anche cambiare la vita delle persone. Per credere, chiedere alle ragazze afghane che, grazie ai legami creati tramite il calcio, sono riuscite a trovare prima una via di fuga dall’Afghanistan e poi un rifugio in Italia insieme alle proprie famiglie, lontano dalle paure e dai terrori del proprio Paese caduto sotto il potere dei talebani.

A testimoniarci questa storia è Mauro Berruto, ex ct della nazionale italiana di pallavolo (medaglia di bronzo a Londra 2012) e ora membro della segreteria nazionale del Partito Democratico con delega allo sport. Con la collaborazione del giornalista Stefano Liberti, della Cospe Onlus e dei nostri militari che operavano a Kabul, Berruto è riuscito a portare a termine la delicatissima operazione di espatrio delle ragazze. Momenti che ha voluto raccontare ai microfoni di gianlucadimarzio.com: "Sono stati giorni incredibili, iniziati intorno a Ferragosto. Dopo la presa del potere dei talebani, alcune ragazze calciatrici dell’Herat FC hanno contattato Stefano Liberti, che qualche anno fa aveva fatto un documentario su di loro e sul loro club, rimanendo in contatto. Gli hanno chiesto aiuto e da lì ci siamo attivati insieme alla Onlus di Firenze, la Cospe, che in Afghanistan ha lavorato per anni".

 

 

Berruto prosegue: “Il primo passo è stato quello di convincere le ragazze e le rispettive famiglie a provare la fuga verso l'Italia. Ahimè non siamo riusciti a portarle via tutte perché alcune, terrorizzate che gli potesse succedere qualcosa, non se la sono sentita. Il gruppo che invece si era convinto a provare l’espatrio ha dovuto affrontare momenti drammatici e difficili: il primo è stato il raggiungimento dell’aeroporto di Kabul da Herat (distante 850 km, ndr), un viaggio di quindici ore circa svolto mentre i talebani prendevano possesso del Paese. Il secondo momento difficile è stato quando tramite telefoni e whatsapp le abbiamo aggregate a un gruppo di cicliste per le quali si era attivata l’ex campionessa del mondo Alessandra Cappellotto (oggi presidentessa dell’associazione Road to Equality, ndr). È stata dura farle entrare nell’aeroporto e soprattutto farle arrivare ad Abbey Gate, che era il luogo dove dovevano andare le persone finite nelle liste d’espatrio e dove operavano i nostri militari del reggimento paracadutisti ‘Tuscania’.

E non era finita lì" - prosegue Berruto - "perché dentro l’aeroporto c’erano migliaia di persone che cercavano la fuga dal Paese. Dovevamo trovare un modo per farle riconoscere dai nostri militari. Questo procedimento è stato possibile tramite segni di riconoscimento: avevamo deciso che le calciatrici si dovessero scrivere una “H(Herat, ndr) sulla mano e che le cicliste tenessero in pugno una scarpa. Io, insieme a Liberti, alle referenti di Cospe Onlus e Road To Equality, ho passato due notti consecutive senza dormire un minuto, per coordinarci con i militari e con le ragazze per la loro localizzazione e l’organizzazione di ogni dettaglio: ogni piccolo errore poteva compromettere tutto e mettere tutte quelle persone terrorizzate di fronte a rischi enormi". Sforzi che per fortuna hanno portato i propri frutti: "Alla fine, l’operazione è andata bene, perché il gruppo con le calciatrici, le cicliste, alcuni familiari delle ragazze e gli operatori della onlus che operavano in Afghanistan, è riuscito a salire su un aereo e a partire. È andata bene perché lo hanno fatto poche ore prima dell’attentato che è accaduto proprio lì, ad Abbey Gate, con il kamikaze che si è fatto esplodere. Nonostante la grande gioia per la partenza del gruppo, ho comunque un grande dispiacere per tutte e tutti coloro che ancora non ce l’hanno fatta a partire grazie al nostro aiuto: tra chi gli si scaricava il telefonino, chi perdeva il segnale e non riusciva più a essere contattato, c’è stato chi non è riuscito a fuggire. Dopo la prima ‘mandata’, speravamo di concretizzarne un’altra poche ore dopo, ma c’è stato l’attentato e l’aeroporto non ha più riaperto. Per loro provo un grande dolore e preoccupazione: siamo però ancora in contatto per trovare nuove soluzioni. Sono felice per quel che abbiamo fatto, ma consapevole che ci sia ancora tanto da fare”.

 

 

Adesso le ragazze che sono riuscite a partire insieme ai propri familiari sono in Italia. Protette e al sicuro. Per loro si è fatta sentire una grande solidarietà, da parte di istituzioni, città, associazioni e club. La testimonianza di Berruto: "Stiamo ricevendo e continuando a ricevere offerte di aiuto per le calciatrici anche da parte di club femminili importanti come la Sampdoria, il Milan, il Napoli, il Palermo o il Cus Cagliari di calcio a 5. Anche la città di Firenze è in primissima linea per la loro accoglienza, mentre il Veneto si sta occupando delle cicliste. Il mio timore però, al netto della bellezza di questa solidarietà per la quale ringraziamo infinitamente, è che a distanza di mesi, una volta spenta la bolla mediatica, l’attenzione si attenui".

"Queste persone possono essere una grande risorsa per l'Italia: l'attenzione non deve scemare"

Berruto si spiega: “Queste ragazze, insieme alle loro famiglie staranno tutta la vita in Italia. La capitana della squadra, per esempio, è arrivata qui con sei familiari fra cui due fratellini più piccoli. Sono strafelice che anche l’AIC (l’associazione calciatori e calciatrici) si sia fatti avanti per aiutarle. Dobbiamo tenere accesa la luce su di loro perché possono rappresentare una grande risorsa anche per il nostro Paese, in quanto testimoni di un tragico momento di storia e di vita. Oltre alle calciatrici e le cicliste, tra le persone che abbiamo portato in Italia ci sono pediatri, medici, ingegneri, traduttori che parlano un inglese perfetto: loro possono davvero rappresentare una risorsa anche per noi. È ovvio che in questo momento la priorità è che tutte queste persone trovino stabilmente l’aiuto che serve, soprattutto all’inizio, con residenze, corsi professionali etc., ma l’attenzione verso di loro non deve scemare. Dobbiamo continuare a usare lo sport come strumento universale di unione e inclusione. Leggendo le dichiarazioni deliranti e medievali dei talebani ('Le donne non devono praticare sport: non è necessario e mostrerebbero i loro corpi', ndr), ho trovato ancora più motivazioni per fare qualunque cosa sia in mio potere per aiutarle. Mi auguro che altre persone del mondo dello sport si attivino e ci aiutino. Chiunque si occupi di sport e condivida il fatto che esso sia un linguaggio universale e un’agenzia sociale come poche altre al mondo, ha il dovere almeno di schierarsi. Poi, per chi può e per chi riesce, di agire e fare delle cose".

 

 

"Ringrazio FIGC, il presidente Gravina e l'asso calciatori/calciatrici"

Tra chi si è attivato per aiutare le ragazze e le rispettive famiglie c’è anche la FIGC, che ha messo a disposizione il Centro Tecnico di Coverciano. Questa le parole di Berruto in merito: "Per queste persone servono abitazioni con certe caratteristiche perché alcune ragazze sono arrivate qui con la famiglia. La possibilità di farle risiedere a Coverciano è un gesto generoso e simbolicamente splendido, che va verificato rispetto alle esigenze. In ogni caso, che si sia accesa l’attenzione del mondo del calcio, della FIGC, del presidente Gravina, dell’associazione calciatori e calciatrici è splendido: voglio ringraziarli ancora una volta perché si sono mossi subito".

Infine, la promessa di Berruto: "Lo sport ha la capacità di rendere il mondo un posto migliore: lo sapevo prima, quando facevo l’allenatore, e ora lo sento ancora di più. Faremo di tutto per far arrivare qui chi è ancora in pericolo e per permettere alle ragazze che sono già arrivate di poter continuare a praticare le discipline che desiderano ed essere testimonianza vivente di come, con lo sport, si possa cambiare il mondo. È grazie allo sport se siamo riusciti a portare fuori queste ragazze. Senza quel documentario e quel contatto oggi ci sarebbero decine di persone, tra calciatrici, cicliste e rispettive famiglie, ancora là, nel terrore e a rischio della vita". Stavolta si può davvero chiamare 'miracolo sportivo'.

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