Dramma e coraggio, Cruciani: "Voglio che mia figlia da Lassù sia orgogliosa di suo papà..."

Se davvero ogni parola ha un importante peso specifico Michel, amico mio, comincia tu perché non sappiamo davvero né cosa dire né tanto più cosa scrivere. Lo guardo, in silenzio, sono terribilmente imbarazzato, provo a proferir parola ma non ci riesco. Balbetto arrossito per minuti.

Tira un sospiro forte Michel, di quelli che fai prima di dire ciò che in vita tua non avresti mai voluto e pensato di dire, ci guarda con un sorriso affettuoso, forte, quasi a dirci, ‘lasciate da parte il vostro senso di inadeguatezza qui, perché forse in fin dei conti, in questa vita, siamo tutti un po’ inadeguati’“Comincio io dai, anche se non so davvero dirvi quello che provo. E’ un qualcosa che non mi so spiegare e che mai saprò spiegare, guardo attonito lo scorrere della vita provando a trovare una risposta in tutto ciò che mi circonda, ma non c’è. La perdita della mia piccola Victoria è la perdita di una parte della mia vita, come se avessero messo le mani dentro al mio petto e mi avessero strappato via metà del cuore.

Ho sempre avuto un sogno grande, fin da piccolino, che un giorno avrei avuto un figlio che venendo in tribuna a vedere le partite sarebbe stato orgoglioso del suo papà in mezzo al campo. Ora, invece, questo sogno mi è stato portato via. Io la fortuna di vedere Victoria in tribuna a battermi le mani non ce l’ho mai avuta. Non ha mai visto suo papà segnare per lei, non ho mai avuto la possibilità di prenderla in braccio dopo la fine della partita e farle calciare un rigore con me, di dirle ‘amore, ci vediamo appena finisce’. E suo papà prova, dentro di sé, a ripetersi all’infinito ‘sei forte Michel, non mollare’, ma sa benissimo che non è e non sarà mai così forte da superare tutto questo. Cresciamo con l’idea che da Lassù le persone che ci vogliono bene, ci vedano e ci ascoltino sempre. A me non resta che questo. Non resta che sperare che Victoria da Lassù mi batta le sue manine dopo ogni gol e mi dica ‘papà, sono orgogliosa di te’…”.

Abbasso la testa sommesso, provo quasi a nascondermi, in omaggio al ‘famoso codice’ con il quale (inspiegabilmente) cresciamo: cioè di non farci vedere deboli con chi sta soffrendo per non acuire ulteriormente il suo dolore (come se ciò bastasse…). Immaginiamo cosa sarebbe potuto essere, con triste disincanto e fiera consapevolezza. Che Lei ora sia qui, ci stia guardando, con la stessa forza d’animo e con la stessa virtù di papà. Di un grande papà, Michel… Ho passato giorni d’inferno, a chiedermi ‘ma che vivo a fare?’. Ora voglio togliermelo dalla testa, voglio togliermi dalla testa questo maledetto ‘Perché? Perché proprio a me? Che ti ho fatto di male Signore?’. Sto provando, piano piano, ad andare avanti. Ho deciso di continuare a giocare, malgrado tutto, perché quell’ora e mezza di allenamento o di partita è l’unico momento nel quale non penso ad altro. Arrivo alla domenica sperando che l’arbitro non fischi mai la fine per non dover tornare a ri-attaccare la spina…”.

Le parole di Michel gridano al mondo una triste verità, quella del dolore. Dal quale fin da bambini ci tengono ben a riparo, ignorando purtroppo che tanto quel ‘maledettissimo interruttore’ è sempre acceso, fin dalla nascita, e mai si spegnerà. Si può provare soltanto a mitigare, con ciò che di bello c’è stato e con ciò che di bello lasceremo. Proviamo sulla base di questo leitmotiv a cambiare discorso.

Michel (rigorosamente senza “a”), ma sei davvero italo-canadese? “No, macché. Sbagliano tutti su internet, io so’ romano de Roma, del Prenestino. Se ero italo-canadese da mo’ che ero scappato (sorride)”. Romano…della Roma o romano…della Lazio? Rigorosamente Aquilotto! Nella Lazio ho fatto quindici anni di settore giovanile, peraltro. Le ultime stagioni lì spesso mi allenavo anche con la prima squadra. Ah il primo allenamento e chi se lo scorda? Era il periodo che Ronaldo il Fenomeno si era fatto la ‘mezzaluna’ in testa e altrettanto avevo fatto io. Ricordo che ero in macchina con mamma, stavo andando a Formello per l’allenamento con la Berretti. A dieci minuti dal centro sportivo mi chiama la segreteria della Lazio… ‘Michel guarda che oggi ti alleni con la prima squadra…’. Lancio il telefono… ‘Mamma accelera accelera, oggi mi alleno con la prima squadra’… Poi mi guardo allo specchietto… ‘Oddio che c’ho in testa, questi me fanno nero…Mamma rallenta rallenta…’. Presi la lametta e mi tagliai i capelli ‘a pelle’. Ma arrivato al campo, tutti notarono che c’era qualcosa di strano. Capirai che figura, per fortuna che Cesar, con il quale ho fatto le vacanze insieme e Fabio Liverani, che ha casa vicino alla mia, mi presero subito a ben volere…”.

Poi tante esperienze in Serie C, Michel ne ricorda soprattutto una… “Quella a Siena di due anni fa, malgrado la sfortuna di essermi rotto il tendine d’Achille. Veramente una società del genere in carriera non l’avevo mai trovata, sembrava di essere una grande famiglia. La presidentessa Durio che mi mandava sempre messaggi per chiedermi ‘come stessi’ dopo l’infortunio…”.

In estate rimane svincolato. Da qui la scelta di ripartire dalla Lucchese, in Serie D… “Mi sono detto, sai che c’è? Se devo finire, finisco come dico io. Non mi importa la categoria, io sono uno di quelli che se si gioca palla lunga e lancioni, prendo e mi siedo in panchina. Centrocampista metodista? Sì, ma in passato anche mezz’ala e all’occorrenza esterno. Il ‘piede’ sì, ma anche la ‘garra’. Ora sto bene, fisicamente mi sento alla grande, ho fatto 6 gol finora e non voglio fermarmi, ho 33 anni ma solo all’anagrafe. Anche perché ora Lassù ho una tifosa speciale che alla domenica vuole esultare insieme a me ed io devo fare di tutto, da buon padre, per accontentarla…”.

Cela la commozione dietro un bel sorriso, Michel. Uomo nelle avversità, combattente nella sfortuna, ‘un buono’ nella vita. Quella stessa che gli ha tolto tanto, tutto ciò che a una persona si può togliere: il sorriso della propria bambina… La morte di Victoria mi ha fatto mettere in ginocchio tante volte a chiedermi ‘Perché?’, ora ho detto basta. Basta domande. Se mi fermo ancora a farmi domande, apro la finestra e mi butto dal terzo piano. Voglio andare avanti, devo andare avanti, mi sto imponendo di andare avanti. Per me, per la mia splendida compagna alla quale giusto poco tempo fa ho chiesto di sposarmi e per la mia Victoria. Per sempre mia…”.

Lo abbraccio forte, più forte che posso. Non riesco ad aggiungere nient’altro se non una carezza sincera al suo volto e al suo sorriso. Soltanto ora ci ricordiamo che a breve sarà Natale. Sarà Natale anche per te, piccola Victoria, ovunque tu sia. Chiedi tanti regali, chiedi a papà di esultare, ancora, insieme, ne sarà felice. Chiedi il mondo. Anche se ‘il mondo’ è già lì, dentro di te: un grande, grandissimo papà. Papà Michel.

 

Si ringrazia per le foto "Alcide Lucca".

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