La Macallesi e papà Alfonso a pochi passi. Viaggio alle origini di Walter Zenga. “Falsificò l’età per giocare con noi”

Milano, 1969, periferia est. In un oratorio di viale Ungheria, due ragazzi passano le ore dietro a un pallone. Uno calcia, l’altro para. Claudio e Walter. Prima di Holly e Benji, in un campo molto più stretto e con una nebbia intorno che i giapponesi non avrebbero mai disegnato.

Uno ha 11 anni, l’altro 9. Ma il calcio, in questo quartiere popolare, azzera ogni differenza. San Siro è a più di 30 chilometri, troppi per un bambino. Il cancello per il paradiso è a pochi passi dalle loro case. C’è scritto “Macallesi 1927” e oltrepassarlo significa entrare nella squadra dei sogni. Per chi è nato in questa zona, quella è la New Team.

Claudio Ambu indossa già quella maglia, ma vuole lo stesso anche per il suo amico Walter Zenga. C’è un problema però: l’età. Bisogna avere 10 anni per essere tesserati. Il pallone abbatte le differenze, ma non i regolamenti. Dettaglio trascurabile, perché i ragazzi di viale Ungheria preferiscono le emozioni alle norme. E in quel preciso momento il piccolo Walter getta il primo guanto di sfida al mondo. Falsificò la sua data di nascita: disse che era del ’59 anziché del ’60. Dopo qualche giorno lo scoprirono e suo padre Alfonso firmò una dichiarazione in cui si prendeva ogni responsabilità. Così Walter iniziò a giocare con noi”.

A parlare è Leonardo Sicolo, memoria storica del club. Ha 80 anni, molti dei quali passati alla Montedison a fare il cassiere o sul campo della Macallesi a fare tutto ciò che serve.



Su quel campo, l’allenatore Giannino Radaelli insegnava a calciare, ma anche a tenersi lontani dai guai. “I suoi insegnamenti hanno forgiato i ragazzi del posto. Accompagnava i ragazzi alla fermata del tram e invece di farli salire lì, voleva che inseguissero il mezzo fino alla fermata successiva. Zenga lo ricorda spesso, ma con lui era facile, perché la sua esuberanza era tutta rivolta al campo. Non ho più visto un bambino così appassionato al calcio”.

Leonardo scende in campo, entra in area di rigore e si mette davanti alla porta sul lato del bar. “Vedi questo cancellino qui dietro? Quando Walter subiva gol, impazziva di rabbia e puntava dritto il cancello per lasciare il terreno di gioco. Ma lì c’era sempre suo padre Alfonso a fermarlo. Bastava un suo sguardo per farlo tornare tra i pali”.




E in mezzo a quei legni, mentre Milano piange i morti di piazza Fontana, il “bimbo ragno” dà già spettacolo. “Comandava la difesa come un veterano. Si buttava sui piedi degli avversari, parava i rigori. Andava ancora alle elementari, ma occupava la porta come un adulto”. Qualcuno se ne accorge prima degli altri. Italo Galbiati, storico collaboratore del Milan e di Fabio Capello, all’epoca allenava le giovanili dell’Inter. Vede quel bambino tuffarsi in viale Ungheria con una reattività eccezionale. Va da suo padre e gli chiede il permesso di portarlo all’Inter. Gli anni ’70 sono iniziati da poco. “Walter era tifosissimo nerazzurro, come suo fratello Alberto, che giocava qui e vive ancora in questa zona. Entrambi avevano ereditato la passione nerazzurra da papà Alfonso. Tutti felici, anche noi della Macallesi, perché l’Inter scaricava qui ogni anno un furgoncino con il materiale tecnico per i nostri calciatori”.

Dopo poco più di un anno con la maglia gialloblù, per Walter è già tempo di chiudere una pagina e aprirne un’altra. Non da solo. Perché l’Inter decide di portarsi via anche Claudio Ambu. Portiere e attaccante, Walter e Claudio, due speranze per meno di un milione di lire. Ancora insieme, dal cortile di casa al campo di un oratorio, fino alla cattedrale del calcio. Le torri di San Siro, che da viale Ungheria sembravano una leggenda metropolitana, diventano realtà.

Curiosamente però, non vestiranno mai la maglia dell’Inter insieme. La parabola di Ambu in nerazzurro si esaurisce presto, nel 1981. Due anni dopo il “Deltaplano”, nomignolo che Brera aveva scelto per Zenga, fa il suo esordio in serie A. Il resto è storia: dodici anni di emozioni e sguardi rivolti alla Nord con la mano sul cuore, uno scudetto da record, una Supercoppa e due coppe Uefa. L’ultima, alzata l’11 maggio del 1994, a San Siro, col groppo in gola. Trionfo contro il Salisburgo e addio. Perché in quell’estate hanno ucciso l’Uomo Ragno e chi sia stato un po’ si sa. Per l’Inter, ho fatto l’ultras, il raccattapalle e il panchinaro. Poi sono stato mandato via dal presidente Pellegrini”, ha ricordato Zenga alla vigilia di Inter-Crotone. Entrerà a San Siro da avversario, andrà verso la panchina ospite, buttando uno sguardo a quella di Luciano Spalletti. Il posto dei suoi sogni, come il campo della Macallesi mezzo secolo prima.

Lì c’è ancora Leonardo, che prima di salutare riprende l’ombrello, si aggiusta il cappello e ricontrolla la parete fotografica dedicata a Walter.





Non andrà a San Siro. La sua Scala del calcio è sempre la stessa da sessant’anni. Un impianto dove l’erba non è quella del Meazza. Dove derby significa sfidare lo Sporting. Un luogo che è stato il primo campo di volo cittadino e da cui è decollata la carriera di un ragazzo di viale Ungheria.

Uno che per giocare lì dentro, ha fatto carte false.

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