Il levriero vuole rialzarsi. 'El Galgo' Schelotto si racconta: “Italia, io non me me vado più”

Il saluto che non ti aspetti. “Ciao Marco, vieni. Piacere Galgo”. La palestra della Clinica di Villa Stuart in meno di tre settimane è diventata il suo angolo romano. Un’accoglienza quasi da padrone di casa, con un sorriso che ti mette subito a tuo agio. “Io intanto faccio l’esercizio, tu fai con comodo”. E via di ripetizioni al quadricipite destro, con fatica ma sempre sorridente. 

Ezequiel Schelotto è il manifesto della gioia di vivere. Anche a poche settimane dall’operazione al legamento crociato del ginocchio destro, anche dopo esser tornato in Italia - in prestito secco dal Brighton - per rilanciarsi. Quattro partite con il Chievo e poi il crack. Impegno e serietà, “perchè voglio recuperare il prima possibile. - racconta in esclusiva a gianlucadimarzio.com El Galgo - Per questo sono venuto dal Prof. Mariani, tanti ex compagni ed amici me lo hanno consigliato. Obiettivo? Iniziare la preparazione questa estate”.

Il tutto senza perdere la voglia di scherzare. Battute con i fisioterapisti, selfie con signore di mezza età. “Sei il più bello di Villa Stuart”, si sbilancia Luciana. Lei sta recuperando da un’operazione all’anca, ma una foto con il Galgo non gliela toglie nessuno. Sorriso e click, “così la faccio vedere pure a mio nipote”. Invidie da selfie. 

 

Il levriero ferito, per la prima volta in carriera. A quasi 30 anni Ezequiel Schelotto ha subito un infortunio serio ma il pensiero è già al ritorno in campo: “Se ci ripenso mi vengono i brividi. E’ stato brutto, soprattutto perchè me lo sono fatto da solo. Ma avevo capito subito che era grave. Il ginocchio che si gira, il piede che rimane bloccato nel terreno e quello ‘stoc’ che ti fa capire. Contro il Torino mi è venuto giù il mondo”. Ma ci sono volute 48 ore per resettare e ripartire, “già il giorno dell’operazione pensavo al recupero. Devi viverla così, sennò è finita”. 

 

A poco più di due settimane El Galgo cammina in maniera spedita, “la paura che il ginocchio non regga te la devi togliere subito. E’ clinicamente apposto, quindi devi fidarti”. E lui si fida, anche troppo. “Piano Eze” gli ricorda il fisioterapista Valerio, “e non rubare. Rimetti a 100 e fai dieci ripetizioni”. Il macchinario che ripristina il tono muscolare “fa un male cane” e ogni tanto Eze ci prova ed abbassa l’intensità. Valerio se ne accorge e lo riprende. Il tutto tra le risate dei due. Fondamentale ridere, impossibile non farlo con Ezequiel. 

 

 

EL GALGO SBARCA IN ITALIA

Galgo, Eze, Ezequiel. “No no, tutti mi chiamano Galgo”, ribadisce. Ci si è anche presentato. “Ma sì, ce l’ho da quando avevo 14 anni. Ormai lo sento mio”. In argentino vuol dire levriero. E il motivo è chiaro anche senza aneddoto. “Era il primo giorno al Banfield, alla prima palla giocata io prendo e scatto sulla fascia. Fulminante, mi dissero poi”. Da lì, El Galgo. 

Al Banfield senza mai esordire in prima squadra, poi l’Italia e i problemi con il tesseramento. “Un storia infinita, tutti volevano guadagnare con il mio cartellino”. Ad aprile del 2009 finalmente il transfer arriva, così come i due anni al Cesena: “Stupendi, indimenticabili. Due promozioni, una città e un ambiente che mi è rimasto nel cuore”.   Poi i due anni a Bergamo, cittò che per El Galgo ha un nome ed un cognome: “Stefano Colantuono, un secondo padre per me. Ero giovane, straniero, ma lui mi ha cresciuto e migliorato come uomo e come calciatore. Lo stimo tantissimo, abbiamo ancora un rapporto stupendo”.

 

EL BARRIO DI CATANIA
Nel mezzo, a gennaio del 2011 il ritorno a casa. In Italia però, in quella Catania tutta argentina che ha fatto storia. “Esperienza bellissima, era come tornare ragazzo. Eravamo tutti argentini, una grande famiglia”. Con in panchina un giovanissimo Cholo Simeone, “un allenatore vero, diretto. Con lui parlavi di calcio, ma era la stessa persona che ti prendeva da una parte e ti chiedeva come stavi, come andavano le cose a casa. Un’umanità vera e mai forzata, ma soprattutto diretta. Da uomo. E per me che allora avevo poco più di vent’anni fu un’esperienza pazzesca. Mate, canzoni argentine, el Mano Burgos che era uno di noi… ero tornato a casa”. 

SENZA PAURA
Non ha mai avuto paura il Cholo, prima da giocatore e poi da allenatore. A Catania, in Italia, in Serie A, decide di giocare una partita come se fosse in Primera DivisiónVenne nello spogliatoio e disse ‘ragazzi oggi giocano 11 argentini e i cambi saranno 3 argentini’. Perchè? Lo disse poi ai giornalisti ‘io sono l’allenatore e decido. Oggi avevo deciso così’”. Fine delle discussioni.  

OGNI MALEDETTA DOMENICA
Autorità, personalità e il gruppo. Fondamentale per il Cholo. Motivare e caricare per avere 11 guerrieri in campo. L’emblema di quella stagione? Una data difficilmente dimenticabile per i tifosi del Catania: 3 aprile 2011, Catania-Palermo 4-0. “Mancava poco all’inizio della partita, eravamo arrivati da poco allo stadio. Doveva essere il momento della riunione tattica ma lui entrò nello spogliatoio e disse ‘oggi non parlerò, non vi dirò nulla. Vi faccio vedere un video di quattro minuti e con questo video andate a giocare’”. Mise il discorso di Al Pacino di ogni maledetta domenica: “Quel video ci caricò tantissimo, in campo volavamo. E adesso quando rivedo l’Atletico Madrid mi rivedo in quello spogliatoio. Perchè lui è così e non cambierà mai”. 

L’INTER DOLCEAMARA
Dopo Bergamo, la grande occasione: a gennaio chiama l’Inter di Stramaccioni. Un’esperienza dolceamara per Schelotto: “Era la mia grande occasione, giocare in un grande club come l’Inter. I sei mesi con Stramaccioni andarono bene, ci fu il derby (dopo ne parleremo), giocai abbastanza. Ma era un’Inter ancora legata al Triplete, piena di campioni che avevano vinto tutto con Mourinho. Ero giovane e non mi fu data la possibilità di far vedere quello che valevo”. 

Dopo il nono posto arrivò sulla panchina Walter Mazzarri, un incubo per il Galgo: “Non mi considerava. Non mi mise in rosa per quella stagione. Senza una spiegazione, senza darmi la possibilità di farmi vedere. Non chiedevo la maglia da titolare, ci mancherebbe, ma volevo giocarmela. Volevo dimostrare di valere l’Inter”. Da lì il prestito prima al Sassuolo, poi a gennaio al Parma. E la stagione successiva al Chievo. Ogni volta il ritorno alla base e poi un nuovo prestito. Momenti difficili, per un calciatore ma soprattutto per un uomo: “E’ dura allenarsi da solo. Nel campo accanto ai tuoi compagni, mentre fai il tuo lavoro, ma sai che comunque non ti puoi giocare le tue carte”. 

“PRIVILEGIATI SI’, MA SIAMO COMUNQUE UOMINI”
Oltre ad essere un ragazzo pieno di vita, El Galgo è rimasto sempre con i piedi per terra. Dopo un discorso del genere sarebbe facile rispondere ‘ma guadagni tanti soldi, cosa importa…’.. “Io so benissimo che siamo dei privilegiati, che facciamo un lavoro che dura quanto, due ore? E poi abbiamo il nostro tempo libero. Che guadagniamo tanti soldi per giocare a calcio, ma siamo anche noi uomini. Con delle emozioni, con delle aspirazioni, con dei sogni. E quindi non essere libero di poter fare il tuo lavoro è frustrante, non hai modo di dimostrare. In più io al tempo dell’Inter ero giovane ed orgoglioso. Non chiesi mai perchè non mi dessero la possibilità. Non bussai mai alla porta di Mazzarri per chiedergli perchè, forse oggi lo farei”.

ITALIA, CASA
Rimpianti nessuno, perchè “sono felice di tutto quello che ho fatto e delle tante cose che ancora posso fare”. Una cosa pero El Galgo se potesse tornare indietro non farebbe mai: “la rescissione di contratto con l’Inter. Fu un errore. Tornassi indietro continuerei a lottare, provando a convincere l’allenatore che Schelotto all’Inter può giocare”. Ma gli errori si fanno, l’importante è non ripeterli: “Ecco, ora che sono tornato, ti dico che non vorrei più andare via dall’Italia. Sto troppo bene. A Verona stavo giocando, ero felice. Poi adesso Roma, una città incredibile”. 

Paura e delirio, ma non a Las Vegas: A Roma sono pazzi. Parlano tutti di calcio. Mi chiedono di rimanere per giocare sia con la Roma che con la Lazio. E poi il traffico, una follia. Vengo da Buenos Aires, non mi spaventa la cosa, ma non ero più abituato”. Ma c’è un fattore, fondamentale, che lo lega a questo paese: “Il calore umano. Sono argentino, sono un po’ italiano. A me serve sentire l’affetto, anche esagerato come qui a Roma. A Brighton sto benissimo, la Premier League è sempre stato il mio sogno fin da bambino e a giugno tornerò a Brighton per ripartire più forte di prima. Ma l’Italia mi manca, con tutte le sue esagerazioni”. E chissà che il futuro non gli regali un nuovo viaggio verso la nostra penisola: “Chissà”. 

Ma prima di salutarlo non possiamo non farci raccontare l’emozione di quel gol con l’Inter, al derby. Il tatuaggio, le frasi di Moratti nello spogliatoio. Tutto nel video qui sotto. 

 

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