Castan: "Roma sarà sempre casa mia"

Sei anni in Serie A, poi il ritorno in Brasile. Capitano del Vasco da Gama, felice. "Sono felice qui perché vedo che sto riuscendo a fare un bel lavoro, per me era importante tornare a giocare".

Passato e presente, un filo Italia-Brasile che a #CasaDiMarzio ha riportato Leandro Castan a ripercorrere tutte le tappe della sua carriera, ripensando al miglior compagno di reparto mai avuto ("Benatia"), all'attaccante più difficile da fermare ("Tevez") e alla possibilità di ritornare in Serie A: "Non lo so, non ci penso. A Roma? Sempre sarà casa mia. Ora ho 33 anni, è difficile. Adesso sono un grande tifoso".

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Sabatini e l'arrivo alla Roma

Sabatini è come un secondo padre per me. Non dimenticherò mai quello che ha fatto per me. Una persona speciale, mi vengono i brividi solo a parlarne. Mi ha accolto come un figlio, non solo come un calciatore. Se non era per lui nemmeno facevo il calciatore forse. Non ho parole per descrivere il bene che gli voglio. Subito dopo la visita, quando il medico della federazione mi disse che non potevo più giocare io sono andato a Trigoria a chiedere la risoluzione ma lui non ha voluto. Mi ha detto che dovevo stare sereno. E che finché restava lui come direttore sportivo della Roma io restavo il suo difensore centrale. 

Zeman

In quel periodo era difficile... Io ero appena arrivato in Italia, pensavo di trovare qualcosa di diverso, di imparare tanto a livello difensivo. Poi arrivo a Roma e trovo lui che è matto per l'attacco e alla difesa non pensa per niente. Lui ha un suo modo, pesante e difficile. In 4 mesi ero finito, non riuscivo più ad andare ad allenarmi. Nel calcio penso che non devi essere pesante. Devi essere anche felice, non puoi andarti ad allenare con un peso così grande. Il calcio porta allegria, entusiasmo. Io lo vedo così, totalmente diverso da lui. Non ci siamo trovati benissimo ma lui è fatto così. Sbagliava anche il mio nome, lo faceva apposta. 'Castano!', così mi chiamava. Mi diceva: 'Come ci vai in Nazionale così, Castano!'. Non so se mi voleva bene o voleva fregarmi.

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Totti e De Rossi

Ho imparato tanto con loro due. Sono totalmente diversi. Per quanto riguarda Francesco, la sua presenza vale più di una parola, lo rispettano tutti. Daniele lo vedo più simile a me, parla, ci mette la faccia. Nello spogliatoio si completavano, eran due figure essenziali. E' strano vedere una Roma senza loro. Con Daniele ci sentiamo spesso, anche quando era qui in Argentina. Anche con Francesco, uno dei giocatori più forti con cui ho giocato insieme. De Rossi allenatore? Ha tutto per diventare un grande allenatore, è intelligente, ha la voglia giusta e io farò il tifo per lui. Il calcio ha bisogno di gente come lui.

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La Roma di Rudi Garcia

Andreazzoli aveva provato a fare di tutto. Dopo la sconfitta in finale di Coppa Italia contro la Lazio era come dopo una guerra, la desolazione. Poi è arrivato Garcia e lui anche è stato fondamentale per me. E' arrivato in un momento difficilissimo. Ricordo la tournèe che abbiamo fatto in estate, i tifosi insultavano Osvaldo, tutti sapevamo che stava per andare via. Lui lo difese, parlò con i tifosi. Da lì la squadra ha iniziato ad avere una fiducia incredibile in lui. Ci difendeva in quel momento difficile. Io avevo offerte per tornare in Brasile ma Garcia mi disse che voleva che restassi a Roma.

Nainggolan? Grande calciatore. Non ci avevo mai giocato contro, mi ricordo il suo esordio con la Roma in Coppa Italia. Garcia aveva fatto turnover. I primi 15 minuti, a Benatia dicevo: 'Ma chi è questo? Fortissimo'. L'intensità che ha lui con e senza la palla è difficile da trovare.

Il cavernoma

Ero giovane, nel momento migliore della mia carriera, ero in Nazionale. E' stato difficile, dovevo capire cosa succedeva. E' accaduto tutto da un giorno all'altro. Adesso sto bene, oggi mi sento molto più forte come uomo e come calciatore. Affronto le difficoltà della vita in un'altra maniera. La mia famiglia mi è stata sempre vicina. Mia moglie è stata fondamentale, sono 10 anni che stiamo insieme. Abbiamo affrontato insieme tante cose, il nostro amore è molto grande.

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Spalletti

Quando arrivò, mi chiamò nel suo ufficio e mi disse: 'Ho bisogno diritrovare il difensore che eri. Di cosa hai bisogno?' E io gli risposi che avevo bisogno di giocare. Mi schierò subito contro il Verona, giocai male e vidi che non stavo bene. Dopo quella partita mi chamò di nuovo nel suo ufficio e mi disse che non poteva farmi giocare e che dovevo andare via in prestito. Lì ci sono rimasto un po' male, gli dissi però che non volevo andarmene a gennaio e che volevo finire la stagione. E così andò. Mi misi a disposizione, se fossi stato furbo sarei rimasto lì un altro anno. Non do le colpe a nessuno. Mi è dispiaciuto tanto andarmene. Roma e Trigoria erano la mia casa. Purtroppo però nel calcio quando non stai bene, si cambia. Io ho fatto del mio meglio. Non ci sono riuscito.

Mihajlovic 

I primi 6 mesi con lui ci siamo divertiti tantissimo. Sabatini mi disse: 'Non posso più vederti in panchina. Devi andare a giocare'. E mi mise 4 squadre a disposizione. Scelsi la Samp perché c'era Montella, mi chiamò anche lui. Poi arrivò Giampaolo, ma dopo due parole all'inizio avevo capito che era meglio non esordire. Allora poi sono passato al Torino e lì ho trovato Miha. Mi sono trovato benissimo. Il problema però è stato a gennaio, mi sono fatto male alla gamba e non ho potuto giocare. Comunque ci sentiamo con Sinisa, anche quando è stato male. L'ho incoraggiato.

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Cagliari

Sono stati gli ultimi 4 mesi per me in Italia. Le prime partite mi sono divertito, ho fatto vedere che ero tornato. E' stato importante per me capire che potevo tornare come prima. Ma ho capito anche che dovevo essere importante in una squadra o sarei andato via. Non volevo più continuare a cambiare squadra in prestito. A Cagliari ero anche senza la mia famiglia ma i ragazzi lì mi hanno fatto sentire come a casa.

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